Vagabondare a Berlino. Intervista a Gian Piero Piretto - AICI
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Vagabondare a Berlino. Intervista a Gian Piero Piretto

Nov 12 2020

Vagabondare a Berlino. Intervista a Gian Piero Piretto

In occasione dell’anniversario della caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989) la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna desidera condividere l’intervista, a cura di Matteo Cavalleri, fatta a Gian Piero Piretto in occasione della sua ultima pubblicazione Vagabondare a Berlino. Itinerari eccentrici tra presente e passato (Raffaello Cortina Editore, 2020).

Gian Piero Piretto è stato docente di Cultura russa e Metodologia della cultura visuale alla Statale di Milano, ed è uno dei più importarti studiosi italiani di cultura sovietica.

Il suo recente volume costituisce un’occasione molto interessante, perché Berlino e l’oggetto muro sono al centro di un Progetto europeo – Breaching the Walls. We do need education! – del quale la Fondazione è capofila e che vede il coinvolgimento di altri 5 partner internazionali: l’Università di Bielefeld, l’Institute of Contemporary History di Praga, il Comune di Tirana, l’Associazione Past/Not Past di Parigi e l’History Meeting House di Varsavia.

Breaching the Walls vuole costruire una narrazione polifonica – che mette in positiva tensione paradigmi memorialistici differenti, che si costruiscono in aree geopolitiche diverse – sulla memoria della caduta del muro e, parallelamente, innescare un percorso di rielaborazione rappresentativa di quella memoria in grado di coinvolgere anche le nuove generazioni.  Tutte le informazioni sul progetto si possono consultare qui: www.breachingthewalls.eu

Vagabondare a Berlino offre alcuni spunti essenziali e fondamentali rispetto all’arte del camminare in una città satura di tracce storiche e memorie, al piacere della camminata, al binomio passo e sguardo, con il rispetto che merita ogni forma di oggetto culturale e con la curiosità di “scantonare” ad ogni passo.

Piretto ci racconta che cosa significava passeggiare a Berlino con il muro ancora presente, svelandoci come sia all’Est che all’Ovest si fosse imparato a evitare i percorsi che portavano a cozzare contro di esso.

Parallelamente, l’autore riflette sulle diverse esperienze che Berlino offre oggi del muro, passando da una critica ai fenomeni di brandizzazione e sterilizzazione, previa commercializzazione, di una memoria traumatica – come accade ad esempio al Checkpoint Charlie –, a puntuali riflessioni sul ruolo fantasmatico del muro, il suo essere un antimonumento – ovvero una presenza solo accennata, che però trova in questa cancellazione una sua possibile riassunzione problematica – e sul ruolo dell’arte – prendendo ad esempio il diorama di Yadegar Asisi – come strumento essenziale per evocare, senza consumare ed esaurire, una memoria complessa e problematica, come occasione per pensare la storia che quella memoria ha prodotto.

In sintesi, il consiglio metodologico di Piretto, sulla scorta della figura del flâneur, è quello di viaggiare senza rifiutare il turbamento, la noia o il trauma, pena il perdere la donazione di senso e la profondità storica che ogni oggetto della città, anche il più semplice e quotidiano, porta con sé. Se rifiutassimo tutto questo saremmo, banalmente, turisti.

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